Carlo Ginzburg - Storia notturna. Una decifrazione del sabba
Einaudi, Torino, 1989
L'impeto di Prometeo ha pervaso la mente di uno storico e l'ha fecondata con l'idea di una grandiosità sconfinata, che dalla storia accede ai regni dell'antropologia, e si ferma, piena ancora di slancio e di volontà, solo dinanzi ai margini insuperabili del tempo, confini millenari che, come colonne d'Ercole, precludono la conoscenza pura delle cause prime, dell'infinito, del divino. L'aspirazione alla comprensione profonda, quell'idea primigenia che brama di possedere il nucleo del sapere storico, quella pervicace e inespugnabile tensione verso la perfezione del conoscibile, legittimano tutti i passi analitici di quest'opera e la scardinano dalla nicchia specialistica degli studi e delle categorie di studio, risvegliando in ogni intellettuale l'antico e ancestrale anelito all'onnicomprensione. La boccata di eternità che si respira al termine della lettura giustifica di fatto un approccio problematico e non ortodosso per una mente che analizza razionalmente e che costruisce, nello studio della storia, sulla base di dati certi, accostati ad altri dati altrettanto sicuri, al massimo qualche ipotesi ragionevole, senza concedere mai all'immaginazione di permeare la logica, senza consentire mai all'intuizione di supportare la ragione.
A dirla tutta, Ginzburg porta miliardi di prove a vantaggio della sua teoria, e le riversa come una valanga tumultuosa di fronte ai nostri occhi meravigliati, mai pago, mai sazio dei mille rimandi, delle mille corrispondenze, con cui satura ogni pagina del testo e delle note, cavillose, precise, ricche e impervie, come sotterranee grotte diamantifere. Ma si tratta di prove non catalogabili, eppure così lampanti, cosi immediatamente accolte come una rivelazione improvvisa e innegabile. Cartesio non avrebbe pertanto borbottato al cospetto di tanta evidenza, eppure nessuna di quelle prove suffraga a sufficienza una ipotesi che si definisce "storica" in senso stretto, poiché tutte si accordano e si intrecciano tra loro sulla base di dati formali, di somiglianze strutturali, esteriori, come se denunciassero, nella loro fisionomia, una matrice comune, che però è andata perduta, come se fossero un calco più o meno rielaborato di un modello condiviso, molto più vago e generico, che però raggruppa gli elementi essenziali di quella immagine e li rende irrinunciabili.
L'autore non è di certo il primo ad aver seguito il metodo che parte dalla forma e giunge alla storia, registrando, senza preoccupazione per la continuità temporale o per la vicinanza spaziale, ogni tipo di testimonianza, assumendola nel corpus delle fonti solo in virtù della somiglianza e dell'analogia formale. Il passo successivo tenta di legare insieme questi dati eterogenei, armonizzandoli con il tempo e con lo spazio geografico, senza tralasciare nessuna contraddizione, senza trascurare nessuna variante di un tema mitico. Già Propp aveva basato la sua straordinaria Morfologia della fiaba e successivamente Le radici storiche dei racconti di magia su questa corrispondenza tra forma e contenuto, dove il secondo termine doveva poggiare inderogabilmente sul primo, a dispetto di qualsiasi prassi semplicistica e stantia di molti storici. Incasellando l'analisi dei dati secondo le rigide categorie di forma e contenuto di fatto aveva liberato dalla schiavitù la ricerca storica, sottraendola al dominio inesorabile di ciò che è tangibile e che presto è inghiottito dal tempo, soffocato, o a volte rigettato, ma ormai stravolto dalla metamorfosi.
Ginzburg con coraggio si muove allo stesso modo e nella stessa direzione, senza spaventarsi della miriade inenarrabile di dati separati o contrastanti, senza impaurirsi di ingaggiare una ricerca estremamente protratta negli anni e priva di garanzie su qualsiasi risultato apprezzabile. Egli sa così ricollegare la costruzione dello stereotipo del sabba partendo dagli interrogatori dei processi per stregoneria, dando voce a inquisitori e inquisiti laddove è possibile, per poi spiccare un volo ad alta quota che guarda, dall'alto e nell'insieme, miti e tradizioni lontanissime tra loro e provenienti dai cacciatori siberiani, dagli sciamani dell'Asia settentrionale e centrale, dai nomadi delle steppe, e rintracciabili fin nel patrimonio mitologico greco e latino, irlandese, russo e caucasico.
I frammenti di una comune coscienza umana sembrano ricomporsi nell'eco di quei mille racconti sul mistero più grande che il genere umano non può sciogliere. L'arcano della morte che tormenta i vivi li spinge a gettare un ponte emotivo, mitico e rituale tra il mondo terreno e quello spirituale, al fine di sublimare quell'ossessione nella ricerca di un contatto con l'ultraterreno.
Qui si ferma il compito dello storico che ha spalancato alla ragione le porte della trascendenza. Superare quel varco forse è consentito solo alla nostra parte invisibile, inafferrabile, inconoscibile. Sarà un'esperienza individuale, spiritualmente esclusiva, ma che i nostri antenati, rubando come Prometeo il fuoco degli dei, hanno tentato di raccontarci, con simboli e fiabe.