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CULTURA
28 gennaio 2009
Carlo Ginzburg - Storia notturna. Una decifrazione del sabba
Einaudi, Torino, 1989

L'impeto di Prometeo ha pervaso la mente di uno storico e l'ha fecondata con l'idea di una grandiosità sconfinata, che dalla storia accede ai regni dell'antropologia, e si ferma, piena ancora di slancio e di volontà, solo dinanzi ai margini insuperabili del tempo, confini millenari che, come colonne d'Ercole, precludono la conoscenza pura delle cause prime, dell'infinito, del divino. L'aspirazione alla comprensione profonda, quell'idea primigenia che brama di possedere il nucleo del sapere storico, quella pervicace e inespugnabile tensione verso la perfezione del conoscibile, legittimano tutti i passi analitici di quest'opera e la scardinano dalla nicchia specialistica degli studi e delle categorie di studio, risvegliando in ogni intellettuale l'antico e ancestrale anelito all'onnicomprensione. La boccata di eternità che si respira al termine della lettura giustifica di fatto un approccio problematico e non ortodosso per una mente che analizza razionalmente e che costruisce, nello studio della storia, sulla base di dati certi, accostati ad altri dati altrettanto sicuri, al massimo qualche ipotesi ragionevole, senza concedere mai all'immaginazione di permeare la logica, senza consentire mai all'intuizione di supportare la ragione.

A dirla tutta, Ginzburg porta miliardi di prove a vantaggio della sua teoria, e le riversa come una valanga tumultuosa di fronte ai nostri occhi meravigliati, mai pago, mai sazio dei mille rimandi, delle mille corrispondenze, con cui satura ogni pagina del testo e delle note, cavillose, precise, ricche e impervie, come sotterranee grotte diamantifere. Ma si tratta di prove non catalogabili, eppure così lampanti, cosi immediatamente accolte come una rivelazione improvvisa e innegabile. Cartesio non avrebbe pertanto borbottato al cospetto di tanta evidenza, eppure nessuna di quelle prove suffraga a sufficienza una ipotesi che si definisce "storica" in senso stretto, poiché  tutte si accordano e si intrecciano tra loro sulla base di dati formali, di somiglianze strutturali, esteriori, come se denunciassero, nella loro fisionomia, una matrice comune, che però è andata perduta, come se fossero un calco più o meno rielaborato di un modello condiviso, molto più vago e generico, che però raggruppa gli elementi essenziali di quella immagine e li rende irrinunciabili.

L'autore non è di certo il primo ad aver seguito il metodo che parte dalla forma e giunge alla storia, registrando, senza preoccupazione per la continuità temporale o per la vicinanza spaziale, ogni tipo di testimonianza, assumendola nel corpus delle fonti solo in virtù della somiglianza e dell'analogia formale. Il passo successivo tenta di legare insieme questi dati eterogenei, armonizzandoli con il tempo e con lo spazio geografico, senza tralasciare nessuna contraddizione, senza trascurare nessuna variante di un tema mitico. Già Propp aveva basato la sua straordinaria Morfologia della fiaba e successivamente Le radici storiche dei racconti di magia su questa corrispondenza tra forma e contenuto, dove il secondo termine doveva poggiare inderogabilmente sul primo, a dispetto di qualsiasi prassi semplicistica e stantia di molti storici. Incasellando l'analisi dei dati secondo le rigide categorie di forma e contenuto di fatto aveva liberato dalla schiavitù la ricerca storica, sottraendola al dominio inesorabile di ciò che è tangibile e che  presto è inghiottito dal tempo, soffocato, o a volte rigettato, ma ormai stravolto dalla metamorfosi.
 
Ginzburg con coraggio si muove allo stesso modo e nella stessa direzione, senza spaventarsi della miriade inenarrabile di dati separati o contrastanti, senza impaurirsi di ingaggiare una ricerca estremamente protratta negli anni e priva di garanzie su qualsiasi risultato apprezzabile. Egli sa così ricollegare la costruzione dello stereotipo del sabba partendo dagli interrogatori dei processi per stregoneria, dando voce a inquisitori e inquisiti laddove è possibile, per poi spiccare un volo ad alta quota che guarda, dall'alto e nell'insieme, miti e tradizioni lontanissime tra loro e provenienti dai cacciatori siberiani, dagli sciamani dell'Asia settentrionale e centrale, dai nomadi delle steppe, e rintracciabili fin nel patrimonio mitologico greco e latino, irlandese, russo e caucasico. 
 
I frammenti di una comune coscienza umana sembrano ricomporsi nell'eco di quei mille racconti  sul mistero più grande che il genere umano non può sciogliere. L'arcano della morte che tormenta i vivi li spinge a gettare un ponte emotivo, mitico e rituale tra il mondo terreno e quello spirituale, al fine di sublimare quell'ossessione nella ricerca di un contatto con l'ultraterreno.

Qui si ferma il compito dello storico che ha spalancato alla ragione le porte della trascendenza. Superare quel varco forse è consentito solo alla nostra parte invisibile, inafferrabile, inconoscibile. Sarà un'esperienza individuale, spiritualmente esclusiva, ma che i nostri antenati, rubando come Prometeo il fuoco degli dei, hanno tentato di raccontarci, con simboli e fiabe.

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CULTURA
30 ottobre 2008
Silvia Pierucci (a cura di) - Il segreto astrologico nella Divina Commedia
Jupiter, Pisa, 1994

Da qualche anno si assiste a un ritorno di popolarità, di stima e di considerazione per il capolavoro del poeta fiorentino e per il personaggio stesso di Dante, nella sua valenza non solo di artista, ma di politico coraggioso ed emarginato. Ancora nelle librerie potranno dire, come è accaduto a me qualche mese fa, che di nuovo su di lui non c'è nulla da scrivere o da dire, che Dante non ha mercato, che è vecchio; e quei negozianti - non possono più definirsi librai - ancora potrebbero non accorgersi  della loro miopia, dinanzi all'evidente fenomeno di democratizzazione del mito dantesco. Grazie a coinvolgenti spettacoli a metà strada tra parafrasi del testo e remake nell'attualità italiana molti si sono commossi, si sono lasciati avvincere, e hanno finalmente riscoperto il calore nei versi difficili e ridondanti che qualche grigio professore aveva declamato un tempo, per una scolaresca noiosamente rassegnata.

Forse solo alcuni di quegli spettatori si riaccosteranno davvero alle tre cantiche, spaventati dai tomi voluminosi e dall'apparato di fitte note, specchio impietoso che riflette al lettore la sua ignorante piccolezza, e non considera che egli già l'ha riconosciuta come sua colpa, fin da quando voltò con nuovo coraggio la pagina del frontespizio. Ma oggi forse, grazie all'appropriazione popolare di quel mito, qualcuno si ribellerà e strapperà l'esclusivo sapere ai dantisti e al cenacolo ristretto degli accademici spocchiosi.

Auspicabile questo fenomeno di propagazione verso il basso e di reinterpretazione dei messaggi danteschi come significati attualizzabili, che inoculano la linfa dell'onestà e del senso civico in un popolo, come quello italiano, che da tempo appare incallito in pratiche di corruzione e nepotismo, ormai radicate ad ogni livello della vita sociale. Eppure in questo recupero glorioso germina il seme dell'equivoco e si rafforza la zizzania di una distorsione sempre più invalidante, endemica, omologata, che replica continuamente la medesima interpretazione. Ne deriva a lungo andare la clonazione dell'identico schema valutativo, della stessa impostazione in ogni ricerca che privilegia il percorso intrecciato della vita e della politica, del Dante poeta e dell'esiliato pieno di indignazione. La Divina Commedia assume così un valore prettamente storico di istantanea perfetta e coerente, che ritrae la serva Italia del basso medioevo e la ferita profonda di un' anima nobile vissuta in tempi iniqui. Ed in senso squisitamente storico quella vicenda e quel poema si rapportano ai nostri giorni laidi come monito e come esempio edificante, che dal vaso di Pandora liberano la speme, ultima dea.

Proprio qui si innesta l'equivoco della trasposizione in chiave moderna di quei versi, relegati a quel contesto particolare, destinati a raccontare un passato, ancorché illustre, condannati a riecheggiare solamente ciò che è già stato e che tutt'al più somiglia ancora al nostro presente.
Che Dante sia stato un maestro iniziatico che abbia disseminato nel suo poema gli indizi per ritrovare il sentiero esoterico pochi vogliono dirlo, pochi sanno indagarlo, come se un Dante astrologo, templare, alchimista, togliesse credito e attualità alla sua figura, relegandola nella schiavitù della superstizione. Tanto è radicato il pregiudizio per l' antica  sapienza che neanche la sfacciata insistenza sulla posizione degli astri durante l'ascesa al mondo celeste può convincere i commentatori, al contrario attenti e scrupolosi a qualsiasi altro riferimento filosofico, storico, religioso. 

Questo piccolo testo quasi introvabile e sconosciuto da tempo ripropone una chiave di lettura autentica, che salva il cuore del messaggio dantesco e spinge a un'indagine meno pedissequa e meno banale. Le sue pagine convincenti ci confermano quanto Dante abbia messo in primo piano l'importanza del viaggio iniziatico dell'individuo e dell'umanità in prospettiva escatologica e universale, disseminando con stupefacente precisione tutte le tracce necessarie a rinvenire quel sapere nascosto che sfugge e ammalia nella sua nube ogni lettore. Diradare quella foschia sarà un'avventura non meno emozionante del viaggio agli Inferi, e similmente nelle profondità dell'anima ci porterà, dove si trova il senso di ogni esistenza.

La speranza immortale che Dante sopra tutte ci ha donato, oltre il suo esempio di uomo, oltre la sua dignità di cittadino, oltre la sua lealtà di politico, consiste in questa incrollabile capacità di credere che esiste per l'uomo un cammino di luce, dove anche la mente più brillante è un lume fioco di fronte a un sole.




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CULTURA
6 ottobre 2008
Umberto Eco - Il nome della rosa
Bompiani, 1980

Che cosa ha fatto di questo romanzo un successo planetario e un capolavoro, accolto senza riserve tra i classici della nostra superba letteratura?Un editore accorto? Un autore eccellente, intellettuale di professione, accademico acclamato, eclettico genio fabbricante di cultura? Un meccanismo perfetto di pubblicità e promozione che si è proteso fino alle tasche di smaliziati produttori cinematografici? Tutti questi fattori insieme, e nessuno di essi, risponderei, ora che è passato qualche migliaio di giorni da quella lettura, mentre ancora mi chiedo cosa sia questo sfuggente sentimento di incompreso, questo fastidioso disagio dinanzi al ricordo, questo sottofondo che non si è spento ancora.

Davvero i grandi scrittori dovrebbero badare a come usano la loro penna che, sul cuore incontaminato di un ingenuo e fiducioso lettore, potrebbe incidere come un bisturi, e come un marchio stampare nell'anima un' intrusa emozione. Ma i grandi romanzieri per fortuna spesso lo ricordano, così accade che, se decidono di procedere e operare, significa allora che ogni loro scrupolo non è bastato, e vittoriose dita hanno impugnato l'arma che fenderà pagine nuove.Grazie a quel lavorio interiore, e alla scrittura risoluta come una improcrastinabile necessità , a volte in certi libri come questo respira un non so che di inestinguibile e di inespresso, che resta, che permane come un segreto codice tra quelle righe, e lascia ancora vivo quell'oggetto, a pulsare da uno scaffale impolverato.

Così mi ritrovo al cospetto di questa creatura ingiallita e mi rendo conto di conoscerla e di comprenderla ora per la prima volta. Ripercorro nella memoria quelle sequenze, quei dialoghi, quelle descrizioni che a torto molti reputano ridondanti e mi ricordo che lì, in mezzo a quelle parole, tra una virgola e l'altra, al varco dei periodi e negli angoli dell'ipotassi, tutto sembrava rallentato nella dimensione immaginaria di un medioevo stanco e lontano. Ma poi, improvvisamente,dallo squarcio di un paragrafo sopravveniva l'ignoto, risucchiato, mai del tutto, dalla nuova tregua, in un eruttare continuo e irregolare che lasciava emergere a tratti il magma di parole innominate, di spiegazioni mai ammesse. I lunghi dialoghi attestavano l'intelligibilità di ciò che, oscuro, la ragione e l'ingegno di Guglielmo da Baskerville sapevano intravvedere, sommessamente procedendo, occultamente cogitando, e sempre proteggendosi dal pericolo, già una volta scampato, di perdere la libertà di pensiero, dopo quella d'espressione. Ma, nonostante le acute parole, il magma restava, turbolento sotto le frasi che, come onde, si slanciavano avanti nella rivelazione, e poi rifluivano pusillanimi nei confini labili dell'intuizione. Il mistero si rinnovava, a dispetto degli interlocutori.

Non a caso il racconto è un giallo storico, incentrato sull'esistenza di un introvabile  manoscritto che ogni maestro come Eco, bramoso di conoscere il sapere ormai perduto, non smette di immaginare, sognandone il recupero, pur sapendo che, in fin dei conti, spasmodica non è la smania di trovare, ma la necessità di cercare. Un bisogno che, come quello di scrivere superando ogni remora, non dipende dal risultato ottenuto eventualmente, anzi accetta di non vedere mai la fine. Proprio come la vita, che ha senso di per se stessa, simile a un viaggio senza meta, dove se destinazione ci fosse, troverebbe là anche un destino di morte.

E allora è inevitabile, nonché giusto, che i rotoli perduti rimangano sigillati, inceneriti nella biblioteca chimerica che in perpetuo brucerà, ardendo rovinosamente, come arde rabbioso  al suo cospetto un cuore insaziabile e avido di verità. Che ignoto resti il sommerso magma, a sussurrare per chi ne intenderà  il messaggio e, pur senza rassegnazione, accetterà i limiti dell'umano sapere.Che viva sconosciuto all'uomo il segreto del suo stesso intelletto, che sopravviva la sua dolorosa voglia d'infinito e la sua afflizione dinanzi all'essenza, di cui sa dire solo il nome.




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CULTURA
29 settembre 2008
Alexandre Dumas - Il conte di Montecristo
Si dice ed è noto che i romanzi di Dumas fossero il prodotto famoso di un alacre lavoro d'équipe che impegnò occulti scrittori, scrivani mercenari con l'onere della ricerca storica e della narrazione avvincente. L'autore, datore di lavoro di questi "impiegati letterari", prosperò nell'agio e nella fama, smentendo qualsiasi fantasia coeva sull'immaginaria figura di un artista emarginato, incompreso, tormentato e inconsolabile. Dumas se la godeva e si riempiva le tasche fino all'orlo con gli incassi stratosferici dei suoi romanzi monumentali, tanto che con quelle ricchezze costruì una villa, "Montecristo", appunto, dove continuò la sua esistenza tra un banchetto e l'altro. Che sia reale o no il mito di quelle favolose fortune, egli resta l'emblema del romanziere di successo, uno dei pochi casi in cui l'arte paga, e lo fa in moneta sonante. Per questo dovremmo forse noi declassarlo da scrittore a imprenditore letterario, astuta penna asservita alle volgarità commerciali?

Personalmente mi è quasi impossibile credere che il genio così consapevole e profondo di Montecristo sia la summa di menti plurime ingaggiate ad hoc, per quanto eccelse e sapienti. L'imperfezione della meccanicità non si rivela in alcun fruscio, in nessun cigolio, né un flebile spiffero denuncia una sola crepa nella mastodontica costruzione di un libro che resta fra i migliori che mi siano mai passati tra le mani e sotto gli occhi, una di quelle letture che si incidono nella memoria permanente e che negli anni diffondono nel ricordo un aroma impreziosito e fermentato dal tempo, come se quel racconto continuasse a vivere una vita propria, albergando nell'inconscio dell'antico lettore, scavando una nicchia nel cantuccio più appartato, dove crescere spontaneamente, dove fecondare il seme che le pagine lontane hanno lanciato nel solco di sguardo assorto. Prosegue la sua esistenza inestinguibile in noi, e di tanto in tanto si affaccia come un ritratto sbiadito nel pensiero, distorcendosi e modificandosi in base alla maturità della reminiscenza e alla sua antichità.

Di antichità infatti parlano questi fogli, queste facciate fitte di scrittura, di descrizioni e di digressioni che la scuola, con tanto impegno, ci ha fatto odiare, derubandoci della volontà e della spinta vivificante verso questi copiosi e generosi periodi dal fraseggio gentile e aggettivato. Ma se solo per qualche pagina si resistesse alla nausea che gli antichi disgusti sempre rinnovano, ecco che si potrebbe forse riuscire a percepire il soffio inebriante dell'arte viva, il respiro profumato di una immemorabile storia che non riusciamo più a raccontare, ma che ci stringe insieme come uomini, senza via di fuga dinanzi a  questa innegabile unità che ci accomuna tutti nel profondo.  E allora, andando avanti nella lettura e lasciando che quel seme si getti giù, fino al fondo del nostro sguardo, perché attecchisca lì dove neanche noi lo vedremo più, allora forse potremo comprendere la natura stessa dell'odio e della vendetta, sentimenti  così banalizzati, così fallacemente riconosciuti dalla razionalità, e così trascurati, raminghi e brutalizzati nella attuale cultura dell'esteriorità. Forse quelle pagine fitte di scrittura ottocentesca ci parleranno dentro, di quel rancore che marcisce nella solitudine, e che si eleva a giustiziere, per poi sublimarsi nell'idea del cosmo come doloroso percorso verso la purificazione.

Qualcuno ha sostenuto, con studi accreditati, che questa sia un'opera occultamente alchemica, che descrive il processo della materia dalla nigredo all'albedo e alla rubedo all'interno della psiche umana, come se l'uomo fosse un vaso, in cui le parti volatili finalmente si fissano e brillano, prive di scorie. E, in fondo, chi potrebbe negare che il nostro ribollire interiore sia davvero un esperimento continuo verso la perfezione e  la purezza? L'anima che vuole generare ancora forza e pura vitalità, come un grande atanor. 



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CULTURA
12 settembre 2008
Carlo Mazzantini - I balilla andarono a Salò. L'armata degli adolescenti che pagò il conto con la Storia
Marsilio, Venezia, 1995.

C'è un'abitudine, tanto necessaria quanto deleteria, tanto razionale quanto effimera, dogma scivoloso nel quale inciampano le memorie, costrette ad incasellarsi nelle celle ermetiche dell'erudizione. Per comprendere, per studiare e valutare un qualsivoglia fenomeno si ricorre sempre al sistema dell'analogia e della generalizzazione, meccanismo conoscitivo della specie umana che ha consentito lo sviluppo del pensiero e delle idee, permettendo di riconoscere forme e significati sulla base di somiglianze più o meno accentuate con l'immagine - prototipo schedata nella nostra mente intelligente. Neurologi e semiologi concordano nell'attribuire a questo meccanismo dell'apprendimento il merito fondamentale di aver dilatato l'orizzonte del sapere, e di averlo reso sempre più vasto ad ogni nuova acquisizione, secondo l'assunto logico per cui conoscere vuol dire riconoscere, e sapere significa distinguere analogie e diseguaglianze.
Ma il comprendere non si riduce al semplice ri - conoscere, ed esige la capacità aggiuntiva di accogliere, riuscendo ad abbracciare dentro di sé, a fare proprio, ad assimilare un concetto e a vivere un fenomeno come se fosse sempre un'esperienza unica e irripetibile nella sua essenza; è un apprendimento più profondo, che mette in gioco l'intelligenza emotiva e l'empatia, strani e curiosi poteri del sorprendente animale uomo.

La Storia forse è la prima scienza umana a soffrire della confusione tra conoscenza e comprensione, e perde la capacità e il dono di discriminare fino in fondo gli eventi se rinuncia o se si ostina a non concedere diritto di cittadinanza a elementi psicologici, sociologici e antropologici. Ancora oggi c'è bisogno che si ribadisca questa necessità perentoria di guardare alla Storia come alla vita degli uomini e delle donne che la vissero, non già come al prodotto automatico di un meccanismo evenemenziale. Quando questa visione scende nell'anima dello studioso produce effetti sconvolgenti e risultati eccellenti fin nella realtà  sociale con cui egli si misura, su cui egli si interroga, ritornando a quel sapere finalmente intimo e vitale. Così accade che uno storico come Marc Bloch, ormai conscio del ruolo attivo e pratico che lo studio gli sussurra dentro, si arruola, ebreo francese, nella Resistenza, trovando una morte eroica e significativa per mano dei tedeschi.

Carlo Mazzantini, in modo speculare e simmetrico, ci racconta la tormentata vicenda di quegli adolescenti che si schierarono tra i militi della RSI, tentando di farci sentire quel tumulto che egli stesso provò, insieme a tanti minorenni imberbi che non volevano rassegnarsi alla disgregazione dei sogni e degli ideali in cui ancora credevano, non potevano accettare che si sgretolasse così miseramente e nell'onta, senza l'onore delle armi, l'idea di una grandezza ancora disinteressata, a dispetto dell'opportunismo in voga. Egli tratteggia una verità che non esclude le altre ipotesi storiche accreditate e universalmente accettate, per il semplice fatto che quel particolare momento coinvolse l'anima e la mente di quei ragazzi impauriti eppure coraggiosi, sconsiderati eppure coerenti, portandoli per tutt'altre vie a partecipare di un evento composito, impossibile da giudicare in modo univoco.

Forse per noi uomini ancora abituati ad apprendere meccanicamente per generalizzazioni e schematismi, tutto ciò  può addirittura sembrare innaturale e blasfemo, nient'altro che un pericoloso revisionismo filofascista, da scaraventare al di fuori della coscienza. Senza accorgerci di quanto è mostruoso non concepire la Storia come prodotta dagli uomini, e come essi naturalmente contraddittoria, una creatura ibrida e spaventosa, un deserto stratificato in mille sedimenti,  un pozzo senza fine, spalancato sul baratro del nostro mistero.




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CULTURA
13 agosto 2008
Tallis, F. - Breve storia dell'inconscio. Esploratori della mente nascosta da Leibniz a Hitchcock
Il Saggiatore, Milano, 2003.

E' paradossale che nell'era della tecnologia, prodotto sfacciato e rivoluzionario dell'intelligenza umana, il mistero più grande, dinanzi al quale ancora gli uomini tremano, sia proprio il meccanismo misterioso della loro stessa mente creativa e inespugnabile. E dire che gli attacchi alle barricate dell'inconoscio individuale e collettivo e le incursioni nei territori ancora sconosciuti della reale dinamica dell'apprendimento e della memoria proseguono da alcuni secoli, anni fondamentali e rivelatori in ogni disciplina scientifica. La scoperta dell'inconscio, come mille altre scoperte, quasi si impone senza più possibilità di proroga alla coscienza dell'uomo moderno tanto assorto nella glorificazione settecentesca della sua esclusiva razionalità quale radice naturale della libertà di scelta che fa la differenza sostanziale tra un ominide e un homo. Come per reazione a quella immatura presunzione, che asserisce senza equivoco la sua onnipotente capacità di penetrare con l'intelletto cosciente qualsiasi mistero, ecco allora sorgere nel XIX secolo il grande movimento romantico, la riscossa di un universo insondabile sia all'esterno che all'interno dell'anima. Natura e inconscio rappresentano l'enigma ancora insoluto, il drago ancora indomito dinanzi al quale sono ancora impotenti tutti quei pensatori folli e geniali, esaltati e realmente "illuminati" dalla luce tenebrosa che splende cupa nell'abisso mentale di ognuno.
 
E da qui parte questa magica storia di filosofi e neurologi, di artisti e psicologi, ognuno capace di raccontare la propria discesa nell'insondabile, dove una visione rivelatrice può portare sapienza, coraggio o follia. E' allora che quelle menti curiose e inarrestabili accettano che sia proprio la loro tecnologia matematica, razionale e inffallibile a guidarli in quel viaggio e a condurli, alla fine, ad ammettere ancora una volta i loro limiti, a guardarli senza indulgenze, a esaminarli senza pregiudizi, intimando di accettare quella "terza mortificazione" di cui parlò Freud, cioè il predominio dell'inconscio sulla consapevolezza, ultimo smacco alla sapienza umana, dopo le precedenti "lezioni" della rivoluzione copernicana e del darvinismo. La ragione stessa in questa vicenda surreale si autodenuncia come incompetente, si annichilisce e si inginocchia al cospetto dell'oscuro sovrano che la domina dal profondo.

Non importa allora quanto ci vorrà perché egli emerga dalle tenebre e chiaramente si mostri, e non importa neanche che questo accada completamente..
L'insegnamento che senza parole ci suggerisce, il rimprovero che grida muto e assordante, la minaccia che sussurra sibilando incubi e crisi di coscienza, è tutta in questa storia assurda e reale, che narra di esseri densi di capacità rinnegate, immolate alla smania impaziente di un sapere cerebrale e insicuro, incapace ancora di varcare l'accesso negato di un Eden interiore. E' la saga di un intelletto esiliato e monco, che tale resterà fino a quando, piegato con umiltà il capo,accetterà di ascoltare una stroria molto più avvincente e ancestrale, intonata da una voce inaudita, che sepolta riecheggerà dai crepacci dell'anima. 

 



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CULTURA
21 luglio 2008
AE. Philaletes - L'esoterismo Rosacroce nella Divina Commedia
Bastogi, Foggia, 1995.

Perchè tra i fiumi d'inchiostro versato per Dante si dovrebbero scegliere queste righe attempate e scarne? Detto per inciso che la brevitas callimachea spesso non significa povertà d'idee ma chiarezza di sintesi, e perciò semmai sarebbe qui un valore aggiunto del piccolo trattato, la ragione che ci consente di apprezzare il saggio, a volte un po' troppo sbrigativo e superficiale, sta nella capacità di risvegliare una curiosità fanciullesca, acerba ma genuina e priva di sofisticazioni edulcoranti, quel candore che regala il lusso oggi decaduto di sapersi chiedere ancora il perché di fatti all'apparenza banali e indegni di un'indagine sulle cause prime che li hanno generati. Nella fattispecie, qui siamo spinti senza violenza, siamo indotti e lentamente volti al quesito delle origini, pian piano scivolando nella profondità di un movente così forte da conferire a Dante l'energia per un'opera immane e lo scopo di una esistenza tormentata come la sua.
Quindi, perché Dante scrisse la Divina Commedia? Molti si sono impegnati affannosamente per spiegarci in ogni modo come egli abbia compiuto il capolavoro insuperato che ci regalò, ma pochi si sono seriamente interrogati sul perché di questo sforzo indicibile, limitandosi il più delle volte a parlarci di situazioni storiche avverse, che, nell'animo turbato di un poeta impetuoso e inflessibile, fecondarono sentimenti contrastanti, e non sempre lodevoli, di rivalsa, sarcastica vendetta, presuntuoso distacco e illusoria pietà. Queste cause prime sono state miseramente ridotte all'evidenza innegabile di situazioni tangibili e biografiche e alla necessaria creatività dell'artista, disinteressato se non al suo bisogno d'espressione.
Invece, in questo piccolo e trascurabile testo, ritroviamo la freschezza di quella incognita misteriosa che pungola verso una comprensione meno schematica del poema, restituendo ad esso il sapore tondo dell'universale, dell'enciclopedico, del poliedrico che lo rende ancora oscuro e per certi versi sfuggente. Non a caso ancora oggi non si esaurisce la messe degli studi danteschi né potrà facilmente estinguersi la curiosità che ancora sa creare nell'animo di chi sente qualcosa di impalpabile e inafferrabile per l'intelletto, un sottofondo sommesso difficile da isolare nella melodia trionfante delle Cantiche.
Forse questo sfuggire inesorabile, questo significato imprendibile ma fiutato da tutti potrebbe spiegare con maggior convinzione l'importanza taciuta dell'opera, un messaggio cifrato e custodito dai "versi strani", che rimandano a una conoscenza esclusiva parlando solo a chi conosce l'alfabeto degli iniziati.
L'autore ci fornisce un elenco incompleto dei passi che testimoniano chiaramente il nesso tra i versi del sommo poeta e le tradizioni molto più antiche e diffuse dei Misteri Orfici e di Iside, della Gnosi essenica e della iniziazione ermetica, componenti solo a prima vista eterogenee di un movimento esoterico chiamato Rosacroce, inteso qui come il precursore del gruppo tedesco che a partire dalla fine del 1300 si diede ufficialmente e platealmente questo nome.
Fare appello a confraternite storicamente viventi avrebbe dovuto portare con sé una indagine concreta delle prove e dei documenti su quelle realtà ancor poco conosciute, e in questo infatti l'opera di Philaletes può risultare in difetto.
 Nonostante ciò l'evidenza dei costanti riferimenti letterari interni al poema  indirizza sufficientemente il lettore verso una consapevolezza da approfondire, sulla scorta di quel primigenio interrogativo sul perché, fondamento di ogni conoscenza, anche di quella sublime che trascende i limiti del tempo vissuto, anche di quella che esige di spezzare i vincoli della carne, anche di quella che Dante ci ha indicato pur tacendo ogni descrizione, ma assicurandoci che conduce alla fonte inesauribile della sapienza vivificante, quella che nutre di eternità l'anima e lo spirito e li prepara a vivere un'era di luce. Un cibo spirituale che non può saziare l'uomo ancora mortale, ma che gli promette di spegnere un domani la sua sete, mentre oggi lo spinge alla ricerca continua della verità, come unica forza propulsiva per vivere.  



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CULTURA
24 giugno 2008
Sicuteri, R., - Lilith, la Luna nera
Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini editore, Roma, 1980.

Ancora una dimostrazione, per chi si ostinasse a non capire, di quanto potente e profondo sia il mondo della mitologia e del racconto, se interpretato come memoria collettiva codificata e distorta, trasfigurata ed incarnata in una narrazione, trasmissibile in forme scritte o orali, ma comunque veicolata dalla custodia indistruttibile del racconto mitologico o fiabesco, tanto resistente quanto oscuro. Grazie ad autori lungimiranti e scevri di pregiudizi, molto è stato compiuto su questa strada, così sono nate e fiorite opere di interpretazione astrologica, psicologica e storica che hanno risvegliato l'interesse verso il patrimonio  sterminato dei racconti, elevandoli, da sciocche e incomprensibili farneticazioni primitive, a veri e propri documenti, suscettibili di studio e attenzione. Spesso questi preziosi testi restano ancora per molti il gioco divertito e onirico delle menti incivili e ballerine dell'antichità ancestrale dell'uomo, e per questo rimangono non solo difficilmente indagabili, ma anche poco significativi per la storia odierna della società civile. Di fatto questo atteggiamento gretto e lassista porta alla rinuncia depauperante di un tesoro sconfinato e inestimabile che è dentro ognuno di noi.

Quest'opera, invece, rende giustizia alla realtà e si incentra su quella difficile analisi psichica del mito, seguendo in questo il solco degli studi jungiani, e così classificandolo come la testimonianza di una conflittualità individuale, come l'emblema dell'Anima e a volte dell'Ombra, e di tutto ciò che si sedimenta in noi nell'angolo buio del rifiuto, dell'autocensura, dell'attrito inconscio. Questo momento analitico è scandito in tre fasi della ricerca cronologicamente disposte: quella che concerne le versioni bibliche ed ebraiche del mito, la seconda parte che riguarda la tradizione sumerica e accadica in cui  non si disdegna il supporto e l'illuminante aiuto delle fonti iconografiche e archeologiche, e il terzo approfondimento imperniato sulle fonti di provenienza egizia e greco - romana.

Successivamente l'autore segue lo sviluppo storico di questo conflitto e lo illustra nei termini del mito originario, compiendo un lavoro delicatissimo di rammendo e ricucitura tra quell'archetipo collettivo e la sua concreta applicazione nella storia più recente, partendo dalla medievale caccia alle streghe, incarnazione di quel conflitto interiore e di quell'idea minacciosa, sterile e distruttiva della donna e della sua potenza sessuale sul maschio, per giungere al femminismo di qualche decade fa, fino alla attualità più immediata del presente, che sta ricostruendo, anche dal punto di vista astrologico, una figura, quella di Lilith, narrata nel Libro dello Zohar o cercata nel tema di nascita personale, che, pur continuando a simboleggiare una rottura, un distacco, una ribellione agli schemi tradizionali, una mancanza, un nervo scoperto e una conflittualità da affrontare e superare, finalmente non ne cerca più la distruzione, non tenta più di relegarla tra le aberrazioni della coscienza, ma prova ad integrarla e a viverla come fase funzionale allo sviluppo unitario e armonico della personalità.

 La donna sanguinaria e implacabile, regina della notte e dell'incubo, demone castrante e aggrssivo, ci grida dall'inconscio di guardarla, ulula minacciosa la sua vendetta, reclama senza proroghe la sua libertà dalle catene della rimozione e della negazione. Solo così ella salirà dall'abisso dell'insoddisfazione e recherà con sé  la forza creatrice e liberatoria che ci mancava. 



permalink | inviato da Libriamoci il 24/6/2008 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
30 maggio 2008
Gentile, E., Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell'Italia fascista
Laterza, Roma - Bari, 1993

Ha davvero senso e utilità oggi interrogarsi sulla effettiva esistenza di una religione fascista durante il ventennio? Emilio Gentile, da autorevole storico del fascismo tra i più accreditati e forse tra i più capaci, affronta l'argomento con la asciutta serietà dell'intellettuale, curioso di cogliere il particolare e l'esattezza momentanea della ricostruzione storica e cronologica; perciò egli si muove nel sentiero lineare e consequenziale degli eventi, seguendone lo sviluppo che li aggrega nel corso degli anni e si sforza contemporaneamente di dare una spiegazione comprensibile a questa evoluzione e alle sue idee motrici.Gentile, infatti, investiga soprattutto sulle motivazioni e sulle convinzioni ispiratrici dichiarate o praticate dal duce e dal suo entourage, ricomponendo stralci di interviste, ordinamenti, dispacci e conseguenti strategie scenografiche messe in atto durante le celebrazioni di regime,le  mostre fasciste, le inaugurazioni di monumenti e opere pubbliche. Sotto questo punto di vista il saggio mostra la sua impeccabile puntualità storica e la sua incrollabile struttura logica nell'uso delle fonti, unendo a queste preziose doti una chiarezza espositiva innegabile e altrettanto rara. C'è da dire però che, se l'opera soddisfa le aspettative e adempie i suoi compiti, non accenna alla attualizzazione della conoscenza che mette a disposizione; lo spunto di collegare, a vantaggio della nostra comprensione, quel passato al nostro presente dipende tutto dal lettore, che non sempre ha avuto modo di riflettere sul fatto che "tutta la storia è storia contemporanea". Il significato di una ricerca di questo tipo, a mio avviso, può andare ben al di là del mero studio inverstigativo e scientifico, ovvero può toccare il mondo particolare della società odierna e sfruttare al meglio il consapevole sapere che quello studio ha generato. Se così non fosse, la storia perderebbe la straordinaria capacità di suscitare domande e interrogativi sul presente, e si ridurrebbe a esercizio sterile di restauro, preservando sì la memoria, ma buttando la chiave che interpreta il ricordo e che lo rimugina, lo revisiona, lo assimila, lo comprende, lo metabolizza, se ne appropria e lo fa suo.
Questo tipo di riflessione, introspettiva e al contempo collettiva, sarebbe potuta essere l'innesco di una ricerca forse più attinente alla storia delle mentalità, e sarebbe partita giusto dal momento finale di questo saggio, spingendo oltre lo sguardo, senza accontentarsi di rispondere affermativamente a un quesito, che nella fattispecie concerne la realtà individuabile e concreta di un credo propriamente fascista. Al contrario, quella risposta positiva avrebbe assunto il ruolo anziché di approdo e  traguardo, di fondamento e origine per un ulteriore interrogarsi, superando il limite della pretesa verità storica, intesa come il mero studio di tracce più o meno labili che un fenomeno ha potuto lasciare dietro di sé. Allora forse sarebbe stato possibile inquadrare certe conclusioni nell'iter spirituale della tensione umana verso il sacro, ritrovando il segreto del fascino che ancora oggi quella fase della storia esercita su moltii giovani italiani, inspiegabilmente nostalgici e partecipi di un passato che sentono vicino, rimpianto come fosse realmente vissuto, e pertanto meritevole di essere rianimato, anche contro le mode, il buon senso, il corso attuale e globale degli eventi. La sacralizzazione della politica, su cui tanto alacremente ha insistito quest'opera, potrebbe in questo senso dare una interpretazione a fenomeni altrimenti sconcertanti, inserendoli nel tentativo millenario e inarrestabile di esorcismo e rigetto  della morte, della vita effimera e caotica, dell'esistenza insensata che non ammette determinismi e predestinazioni, ma che di fatto, esaltando la libertà dell'arbitrio, condanna alla vacuità dei significati spirituali e trascendenti.
 La pervicacia e l'ostinazione che questi giovani non abbandonano, testardi nel riesumare mummie di dittature mutilanti, si leggerebbe allora chiaramente come un  inconscio proclama di resistenza,  che difenda a oltranza il bisogno intimo dell'uomo di immaginare l'infinito, di figurarsi un ordine oltre il caos apparente, un destino in fondo alla sorte, e un'anima al di là della carne.




permalink | inviato da Libriamoci il 30/5/2008 alle 0:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
21 aprile 2008
Graham Hancock - Il mistero del Sacro Graal. Alla ricerca dell'Arca dell'Alleanza
Piemme, Casale Monferrato, 1995, 585 pagg.

Bisognerebbe obbligare la casa editrice ad allegare necessariamente al libro anche un foglio illustrativo che ne illustri le controindicazioni e la posologia. Altrimenti si può correre il rischio di lasciarsi catturare dalla dipendenza automatica che una dose eccessiva e vorace di capitoli scatena nella mente e nell'anima del fortunato lettore. Le pagine drogate si susseguono forsennate e lucide, ritmate da accelerazioni e abbandoni, crisi e stasi, ripensamenti e scintille speranzose; e la voragine dei colpi di scena e delle battute d'arresto si avvita con una velocità tale che, alla fine, quelle cinquecento pagine non ci bastano, e ne vogliamo ancora.

Consapevoli del pericoloso piacere di una lettura bulimica e spasmodica, ci sorprendiamo tuttavia incapaci di inserire con esattezza e dignità quei fogli e quelle righe in classificazioni consuete di un  genere in questo caso indefinibile e sfuggente. Direi essenzialmente che siamo dinanzi a un racconto, il racconto di un reportage sempre più coinvolgente, ampio e nello stesso tempo profondo; una narrazione che mette in scena in prima persona l'autore e la sua personale vicenda, da una iniziale curiosità noncurante, a una passione crescente, fino a una ossessione esclusiva e improrogabile che lo travolge. I tratti del narrato sono così via via meno didascalici e sempre più romanzati, sempre più avventurosi, mentre la storia del passato si concretizza ad ogni capitolo nell' immaginazione e rivive come in un film attraverso i millenni, fino all'origine comune delle leggende mediterranee. Narrativa e storia, avventura e azione, archeologia e mitologia, ricerca interiore e universale, scienza e religione, magia e fede, realtà di luoghi e persone e intuizione di ciò che non è più, queste e mille altre sono le dissonanti endiadi che Hancock ha saputo descrivere.

La cosa più incredibile, però, non è lo stile asciutto in un racconto poliedrico, né la commistione di generi che pochi autori sono capaci di gestire; piuttosto l'incredibile effetto speciale, indimenticabile e portentoso, qui è la sospensione temporanea del tempo per come noi lo conosciamo, è l'entrata in una dimensione dilatata ma onnicomprensiva, dove contemporaneamente agiscono monaci e eroi, guerrieri e studiosi di ogni età, cui noi ci sentiamo appartenenti e inclusi, accomunati dallo stesso lavorio intellettivo che cerca disperatamente nessi logici e storici, al fine di collegare di nuovo lo svolgimento di una vicenda unitaria che  la storia ha frammentato. Il transfert di immedesimazione è così potente e totalizzante che le impersonali stranezze di quei personaggi, contagiati dalla stessa voglia irrinunciabile che tanto spesso non abbiamo capito, che forse qualcuno in qualche momento ha pur immaginato ma senza penetrarla a fondo, oggi ci coinvolgono e ci infettano come una febbre benefica da cui nessuno vuole più guarire, e allora ci accorgiamo che siamo diventati anche noi, ormai, parte di una storia umana senza confini, non più ebraica, egiziana, templare, etiope, islamica, atlantidea.

 Siamo stati così testimoni di una ricerca che ha potuto cambiare la realtà intima e la stessa vita pratica dell'autore, in un climax sempre più catartico che induce una rigenerazione spontanea e pura della personalità, mentre impercettibilmente si realizza una totale palingenesi della coscienza morale. Anche per noi lettori si è così compiuta, seppur in modo indiretto e sordo, una rinascita interiore che può trasformare il modo stesso di vivere e di ricordare la nostra storia recente e remota come un ricettacolo ancora colmo di incognite e di possibili risposte. Siamo diventati anche noi cercatori di quella unità del sapere, esoterico, scientifico e universale che risponde alle domande sulla nostra origine e sulla nostra natura, trascendendo la realtà miseranda attraverso il nostro passato più oscuro che ci racconta in modo criptico, ermetico e metaforico della conoscenza perduta, ma forse ancora recuperabile. Siamo diventati anche noi cercatori di una traccia del divino sapere nel mondo, una impronta, un segno, un'orma dell'arcaico contatto con qualcosa di superiore,  di ultraumano, di cosmico e primigenio, che un tempo illuminò le nostre civiltà. Siamo diventati anche noi cercatori dell'Arca di quell'antica Alleanza.

Invidio tutti coloro che, non avendo ancora letto questo meraviglioso e toccante libro, devono ancora iniziare questo viaggio metaforico e spirituale mentre vivranno, leggendo, un'avventura rocambolesca e piena di emozionanti significati. A tutti loro do solo un consiglio: godetevelo.




permalink | inviato da Libriamoci il 21/4/2008 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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